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La vite.

14 settembre 2017

Settembre è il mese per eccellenza dell’uva.

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Nelle mie varie letture botaniche mi sono imbattuta in questo brano, tratto dal libro di SANDRO DOGLIO,“DIARIO DEL GENTILUOMO DI CAMPAGNA” .  Una raccolta di brani della vita in campagna nelle Langhe astigiane.

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© 2017 LE COSE SEMPLICI

Un libro vecchio scritto da un giornalista de La Stampa, che adoro perchè mi ricorda la mia nonna , quando mi raccontava come si viveva in campagna ai suoi tempi.

Con molta semplicità..

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© 2017 LE COSE SEMPLICI

 

Viviamo in terre da vino; come potremmo non avere, non amare la vite?

Un tempo queste colline erano tutte a vigna. Chi ci passava ne vedeva i filari interminabili, ben allineati, per lo più tutti paralleli alla curva di pendenza; mirabile, grandioso spettacolo del lavoro degli uomini e delle donne di queste terre. La gente, allora, riusciva a sopravvivere anche perché faceva e beveva e vendeva il vino: un vino robusto, quasi nero, denso.

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© 2017 LE COSE SEMPLICI

Raccogliere l’uva era fatica che diventava quasi leggera, perché si portava finalmente a casa il sudore di tutto un anno.

Pigiavano i grappoli con i piedi nel grande tino portato in mezzo al cortile, ed era ancora occasione di festa, con la fisarmonica, i canti, qualche ballo, grandi bevute e una gigantesca mangiata finale di agnolotti e tranci di bollito.

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© 2017 LE COSE SEMPLICI

Era la più bella festa dell’anno, che segnava l’abbondanza; ma se era caduta la grandine, o se pioggia e freddo si erano portati via i fiori, o se la « malattia » ne aveva eroso foglie e radici, era anche il segnale triste della miseria che si sarebbe trascinata per tutta la famiglia e per tutto l’anno seguente.

La vite, per millenni, è stata un po’ l’albero sacro dei nostri vecchi. Un alberello che pretendeva fatiche immense, che chiedeva cento lavori diversi e mille attenzioni. E veglie angosciose all’approssimarsi dei temporali con quelle nuvole nere striate di bianco, che vogliono dire chicchi di ghiaccio che stanno per precipitare.

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© 2017 LE COSE SEMPLICI

Per poter coltivare la vite l’uomo si è ingegnato, cercando il modo di proteggerla e di sfruttare al massimo sole e terreno. Sono state create fastose cattedrali, come quelle dalle cento e cento colonnine in pietra sui ripidi pendii delle montagne della Valle d’Aosta e dell’alto Canavese. Sulle rive precipiti del mare di Liguria sono stati costruiti immensi muri di sassi per sostenere minuscoli terrazzini di terra dove far vivere le piantine. Generazioni di uomini hanno guidato coppie di buoi che trascinavano pesanti vomeri affondati nel profondo delle colline gessose per tracciare i solchi nei quali mettere le radici dell’albero dell’uva…

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© 2017 LE COSE SEMPLICI

E migliaia di persone, di fronte all’invasione della fillossera distruggitrice o della peronospera che inaridivano la vite, hanno dovuto abbandonare casa, campi e famiglia per cercare, spesso senza trovarla, altra fortuna nelle Americhe.

È difficile, pensando alla vigna, dimenticare tutte queste storie di fatiche, di gioie, di sofferenze, di lavoro.
Con l’uva dei pochi piedi di vite che crescono attorno a casa non facciamo vino (è mestiere che preferiamo lasciare ai professionisti), anche se abbiamo piantato un po’ di Barbera, di Dolcetto, di Moscato e persino di Nebbiolo. Ce li mangiamo, andando a piluccarli appena son maturi, contendendoli quasi alle vespe che ne sono ghiotte (soprattutto della luglienga che abbiamo allevato a topia), ricordando, forse ,quando nelle vigne si andava a rubacchiare qualche grappolo d’uva, soprattutto la Barbera dagli acini piccoli e gustosi; ci andavano i cacciatori mentre inseguivano la lepre o quando tentavano di « alzare » un fagiano, i ragazzini in libertà dalla scuola, gli stessi contadini che lavoravano le terre.
Il Moscato, invece, lo cogliamo tagliando un bel pezzo di tralcio, e poi lo appendiamo in cantina per conservarlo fino a Natale.

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